BRICIOLE DI BONTÀ Vespri d’estate – Commento al Vangelo Domenica 2 agosto 2026
COMMENTO AL VANGELO DI MT 14, 13-21
XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A
La domanda che vogliamo farci stasera di fronte a questa pagina di Vangelo è: “Che cosa vuoi che il Signore ti aiuti a moltiplicare nella tua vita?” Lui ha scelto di moltiplicare il Bene!
L’incipit di questo brano ci introduce in un momento tragico della vicenda di Gesù. Ha appena saputo della morte sanguinosa di Giovanni il Battista, barbaramente e ingiustamente decapitato a causa della frivola invidia di una donna e dall’astuta pusillanimità di un uomo.
Un gioco per loro, per Gesù la morte dell’amico forse più caro. L’amarezza avrà di certo fatto capolino anche nel suo cuore, così appassionato e sensibile.
La frustrazione che segue all’ingiustizia subita, da noi o da chi amiamo è, forse, l’esperienza più insidiosa del male. Siamo creati per desiderare e perseguire il bene con tutte le nostre forze, un bene che ci viene inesorabilmente sottratto nell’esperienza dell’ingiustizia.
Tutti conosciamo la velocità con cui il veleno dell’amarezza sa diffondersi nel cuore e nei pensieri rendendoli tortuosi e rendendo noi terribilmente reattivi e inclini al senso di rivalsa.
Tutti sappiamo quanto, a volte, aggrapparsi al rancore e al risentimento ci sembri l’unica via possibile per sopravvivere al dolore, l’unico appiglio per non sprofondare nel sospetto di essere soli al mondo, abbandonati a noi stessi. Sappiamo ancora, molto bene, quanto il male subìto sappia esercitare su di noi una misteriosa attrazione per la quale, alla fine, ci scopriamo sempre lì a rimuginarlo; lo guardiamo e riguardiamo, lo interroghiamo cercando di comprenderne le logiche, forse per prevenirlo e sentirci meno esposti. Ma come scriveva Hannah Arendt, “il male è terribilmente banale”1 e non ci risponderà. Senza accorgercene però, così facendo, avremo contribuito a moltiplicarlo in noi e, non di rado, anche intorno a noi. Questo tipo di moltiplicazione noi la conosciamo bene! Gesù però non vive così e il suo stile ha tutto da insegnarci.
“Udito della morte di Giovanni Battista, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto.”
Gesù si ritira! È come un ritirarsi del bene di fronte al male. Il bene sembra indietreggiare di fronte al male che avanza con la sua rumorosa tracotanza, ma è proprio questa la debolezza del male: si espone troppo, ed è questa, invece, la forza del bene: sa attendere nel nascondimento.
Così si compie il prodigioso duello: il bene indietreggia, il male lo assale, ma il bene, che è sempre più forte, accoglie l’urto del male, lo assorbe e lo consuma in sé.
Potremmo chiederci: Ma chi ci darà questa forza? La forza per consumare il male? Come si fa?
Si fa facendolo! Bisogna provare! Fare l’esperienza che davanti al male ci si può ritirare. Il male può essere consegnato attraverso la preghiera! Perché, come dice il salmo: “Tu vedi l’affanno e il dolore, tutto tu guardi e prendi nelle tue mani” (Sal 99,35, trad. CEI 1974).
È l’esperienza del deserto. Luogo della precarietà e, proprio per questo, dell’intimità. Luogo, cioè, nel quale siamo resi raggiungibili nell’intimo, proprio lì, “nel punto che muore”2.
Gesù prende il suo dolore e lo va a portare dove sa che c’è una sorgente di bene che non si esaurisce. Va a fare verità. Non si lascia intossicare dal veleno di Erode, non permette al rancore di dettare la sua prossima mossa. Nel deserto Gesù ascolta il Padre e si lascia fecondare dallo Spirito, sorgente di ogni Bene.
Da questo contatto che trasfigura il dolore sorge in Lui il desiderio di far tacere il male dedicandosi a moltiplicare il bene, che c’è sempre. Dove il mondo pone sottrazione e morte, Gesù disarmandosi, disarma la morte afferrandosi al bene possibile, fossero anche solo cinque pani e due pesci.
Erode dà la morte al precursore, Gesù allontanandosi dal luogo della morte alimenta la vita e promette con ciò la vita piena. Erode spegne una vita santa, Gesù vede la tua vita spenta e la riaccende guardandoti.
È proprio ciò che accade non appena scende dalla barca: una folla immensa lo aspetta. Persone stanche, ammalate, sole e smarrite lo cercano. Questa visione rapisce il cuore di Gesù che inizia subito, guarendo gli infermi, a moltiplicare quella scintilla di bene che il Padre, nel segreto del deserto, ha riacceso in Lui. Ecco cos’è veramente la compassione di Gesù: non un vago sentimento filantropico, ma l’amore del Padre che gli vibra nelle viscere.
Se tu conoscessi questo dono di Dio… (Cfr., Gv 4,10)! Scoprire di essere l’oggetto di questo amore segna davvero un prima e un dopo nella vita. È l’unica esperienza capace di neutralizzare qualsiasi resistenza all’Amore.
Quando tu, anche solo per un attimo, incroci lo sguardo di Cristo che si posa su di te e avverti, per Grazia, tutta la tenerezza che gli esplode nel cuore quando ti guarda, allora capisci perché sei al mondo. Vieni improvvisamente saziato fin dove non sapevi neppure di aver fame e ti accorgi di ospitare un appetito nuovo. Allora puoi gridare con Sant’Agostino: “Ma io di te, di te sola ormai ho fame e sete, o Verità non soggetta a trasformazione né ad ombra di mutamento”3.
Probabilmente è ciò che accade alla folla del Vangelo, che non cerca più solo un guaritore. Quello che attira la gente a Gesù è, forse, ciò che ti ha attirato qui stasera: la Chiesa lo chiama il sensus fidei4 del Popolo di Dio, che supera di molto tutte le sottigliezze teologiche e ogni erudizione mondana. Il senso della fede è molto più che un semplice attaccamento umano: è un buon fiuto, il presagio di una ulteriorità, la nostalgia segreta di ciò che è buono, di ciò che sfama, l’aspirazione al meglio della vita e l’intuizione di potervi attingere con certezza.
Così, la moltitudine che in questo brano di Vangelo si accosta a Gesù intuisce la presenza di una sapienza regale e mite, capace non solo di portare il peso della storia senza rimanerne schiacciata, ma di restituirlo ad essa alleggerito e come cambiato di segno.
Sorge così nei presenti, come desideriamo sorga in noi, un desiderio profondo e tenace: quello di rimanere con Gesù, di abitare quel deserto, pur di non perdere lo sguardo di colui che sa trasformare l’aridità della prova in una tavola imbandita. La folla sceglie di non far ritorno alle proprie case e di sfidare l’ora tarda, forse il caldo, certamente l’isolamento del luogo. Sceglie di rischiare pur di prolungare quella sosta accanto a Gesù, avvertito finalmente come sposo della propria incompiutezza.
1 Cfr., Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, Milano 2023
2 G. Pascoli, La voce, in I canti di Castelvecchio, Zanichelli, Bologna 1903
3 Agostino, Confessioni, III,6.10
4 CVII, Lumen Gentium 12